Aprile
ROSA DONATO
L'artigliera del Popolo
Il Luogo
Fontana Falconieri (Messina)
L’architetto Carlo Falconieri fu un prolifico progettista messinese che visse nel 1800.
Viene ricordato per molti suoi progetto fra cui la fontana di Falconeri con base ottagonale che oggi risiede a Piazza Basicò. Abbiamo scelto un’opera di Falconieri per rappresentare i moti antiborbonici del 1848 e per celebrare il patriottismo di Carlo Falconieri stesso che prese parte alla battaglia fra le barricate per difendere e riconquistare Messina.
Rosa Donato
Rosa Donato, nata Rosa Russo nel 1808 a Messina, figlia di un “cuciniere”, aveva assistito nella sua adolescenza alla repressione borbonica culminata con le fucilazioni dei “primi martiri della libertà” che avevano preso parte in città alla rivoluzione siciliana del 1820-21. Sposata con lo stalliere Gaetano Donato e rimasta presto vedova, viveva svolgendo umili lavori.
Giuseppe La Farina la descriveva come “una povera donna del volgo” che si guadagnava da vivere come “tosatrice di cani” e che aveva un “cuore per audacia ed abnegazione sublime” non trascurando il suo affetto per la patria.
Nel 1848-49 Rosa Donato partecipò attivamente alla rivoluzione siciliana contro il governo borbonico, prima a Messina e poi a Palermo. A Messina, in particolare, dal gennaio al settembre del 1848 fu protagonista di numerosi scontri armati con le truppe borboniche conquistandosi il titolo di “artigliera del popolo” tanto da venir raffigurata nelle cronache e nell’iconografia dell’epoca nell’atto di caricare un cannone in piazza Duomo per sparare contro le truppe regie, prendendo spunto dalla realtà accaduta a fine gennaio 1848, all’inizio della rivoluzione quando Rosa Donato riuscì a impossessarsi di un piccolo cannone dell’esercito borbonico che, insieme ad Antonio Lanzetta, trasportò a piazza Duomo per usarlo contro i soldati borbonici, che furono così costretti a retrocedere rifugiandosi nel campo trincerato di Terranova. Quello stesso giorno Rosa “fu veduta fare scudo del suo petto al Lanzetta, perché fosse salva una vita preziosa, essendo che egli era l’unico in quell’inizio che sapesse maneggiare un cannone”). Il 1° febbraio “l’artigliera” partecipava con il “suo” cannone ad altri scontri nel quartiere di San Francesco e così nei mesi successivi, quando “tirò a mitraglia nelle strade contro il comune nemico, vegliò nelle lunghe e fredde notti d’inverno sul suo pezzo” e, promossa “caporale” sul campo, fu posta al comando di “una batteria di sei mortai” facendo “prodigi di valore”.
All’inizio di settembre, quando Messina veniva messa a ferro e a fuoco dai soldati borbonici si salvò dando fuoco a un cassone di munizioni, fingendosi morta e lasciando la città nelle ore successive.
A Palermo le venne dato il comando di due pezzi di artiglieria e per il suo comportamento era elogiata con un pubblico encomio dal governo rivoluzionario sul “Giornale Officiale” del 20 novembre 1848 («Antonio Lanzetta, Giovanni Corrao e Rosa Donato, fieri popolani venuti da Messina, sono meritevoli della riconoscenza del popolo e del governo. Furono tra i più forti combattenti in Messina, né mai volsero le spalle al nemico»)”.
Dopo la riconquista borbonica di Palermo (maggio 1849), Rosa Donato tornava a Messina e qui veniva arrestata, torturata e imprigionata per 15 mesi nei sotterranei della Cittadella. Uscita dalla prigione, viveva chiedendo l’elemosina. Dopo il 1860, le fu concesso “un modesto vitto decretatole dalla patria” in segno di riconoscenza per il suo ruolo attiva nella rivoluzione del 1848.
Morì comunque in povertà l’8 novembre 1867.
Citazione:
"DINA E CLARENZA
LE EROINE DELLA GUERRA DEL VESPRO
EBBERO NEL 1848
SU QUESTA VIA
E AL FORTE DEI PIZZILLARI
EMULA GLORIOSA
L’ARTIGLIERA DEL POPOLO
ROSA DONATO”
così si leggeva nell’epigrafe dettata nel 1907 da Virgilio Saccà e posta in via Primo Settembre a Messina (oggi non più esistente).
Giuseppe La Farina (1815-1863) la descrive come “una povera donna del vulgo, che vivea tosando i cani: sotto luridi cenci cuore per audacia ed abnegazione sublime”.